Questo non è un pease per vecchi - Nottheusualdressing
41495
post-template-default,single,single-post,postid-41495,single-format-standard,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-2.3,smooth_scroll,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive

Questo non è un pease per vecchi

Questo non è un paese per vecchi. In questo paese non è consentito invecchiare, inteso come processo naturale e inevitabile. La società occidentale esige perfezione estetica e eccellente vigore fisico, da un certo momento in poi però smettiamo di essere interessanti , diventiamo vecchi, un ingombro e un problema. Parto da un po’ lontano… Mi sollazzo all’idea che a qualcuno di voi piaccia quello che scrivo. Questo pensiero felice diventa nella mia testa una convinzione, una spinta propulsiva necessaria verso l’infinito che si trova adesso al di là della mia tastiera. Tempi un po’ cupi questi. A me l’orizzonte appare sfocato, come in una mattina di nebbia bagnata e sporca che si sa, quando si alza, non svela nulla di buono. Ma ho cinquant’anni e quindi, lo spero, ancora tempo per chiarirmi le idee. Per i nostri nonni, per quelli della mia generazione, invecchiare era un privilegio. Mia nonna mi diceva “se sei fortunata ci arrivi pure tu”, si riferiva ai suoi 90 anni, egregiamente portati e ben distribuiti sulla sua gobba asimmetrica e i suoi arti spigolosi. Ma la capoccia c’era tutta, arguta, puntigliosa, caparbia. Arroccata mia nonna alla vita come un tronco di un albero sofferente e malandato, ma dalle radici ancora forti. Si è spenta nel suo letto, a casa nostra, nel sonno, cosa augurarle di meglio? Il suo cuore ha semplicemente smesso di battere. Di mia nonna ho un ricordo molto forte, perché anche se minuta e fragile da stare in una mano, di lei quello che si avvertiva all’istante era la grande forza interiore, la roccia di dentro che era. Ha fatto le due guerre e ricordava il mondo di una volta, quando agli inizi del 1900 a Bologna la sua famiglia borghese aveva l’automobile che era un lusso per pochi, e aveva una cuoca e anche la cameriera. Poi a Roma negli anni 30, sposa di un giovane ingegnere in costante trasferta per lavoro, anni di solitudine e di vita domestica con due figli maschi da crescere nel rigore e nell’autarchia. Mio nonno Vincenzo Munari era a Tripoli a costruire la prima filiale della Banca d’Italia, a Roma tornava ogni tanto ma se chiediamo a mio babbo qualcosa di suo padre oggi, lui risponde che i suoi ricordi di bimbetto dai braghini corti, sono legati soprattutto alla mamma e a Roma quando si faceva la fame ed erano spariti dalle strade tutti i gatti e quando ci si nascondeva nei rifugi durante i bombardamenti. Mio nonno era bello da togliere il fiato, alto, magro con la mascella ben delineata e gli occhi profondi, sarà per via delle poche foto di lui che ho visto, ma sempre vestito con la sahariana e i pantaloni militari, gli anfibi e gli occhiali da deserto, insomma altro che Lawrence d’Arabia. Mia nonna in eleganza però non si faceva mancare nulla, ma molto schiva, di lei giovane ho pochissime foto. Forse durante la guerra si era poco inclini a fotografare, c’era poco di lieto in giro, i ritratti erano indoor, quelli di famiglia una volta all’anno in occasione delle feste comandate. Qualcuno si ricorda? Sono l’unica ad avere nostalgia di questi tempi passati? Mia nonna è rimasta vedova che io avevo due anni e lei 70, con noi è rimasta ventitré anni fino appunto al suo dolce trapasso nel sonno. A parte un brevissimo periodo durante il quale lei stessa ha insistito per soggiornare in un ricovero, averla a casa nostra è stato un grande privilegio. Questo lo dico adesso. All’epoca senza senno e con l’arroganza della gioventù come alleata, averla tra i piedi non è stato sempre facile. Bisogna essere onesti con sé stessi, altrimenti poi l’ipocrisia prende il sopravvento. Inoltre non sono qua per dare lezioni di morale a nessuno.

Un portento però, mia nonna. Mi raccontava le favole e sbucciando l’arancia in un colpo solo badando bene a non far spezzare la buccia, ci cantava la filastrocca del “Serpente della Corsica” che faceva così :”il Serpente della Corsica( la buccia dell’arancio che lei animava e muoveva come un rettile) si mangiava i puttelletti( i bimbi), li scrocchiava come panetti a suo gusto e sazietà”…era intonata e molto graziosa e aveva trovato il modo per farci mangiare gli agrumi. Oppure ci raccontava del nonno, di quando tornava dall’Africa dopo mesi di assenza e lei si preparava tutta perché lui le diceva vieni che facciamo la festa e noi bimbi capivamo proprio quello, la festa appunto perché tornava a casa dopo tanto tempo e lei era contenta di vederlo. Ci raccontava anche della fame e della guerra e quando nel piatto vedeva che lasciavamo qualcosa lo sguardo diventava triste e buio, ma la fame non si insegna e per noi era troppo difficile da capire. Poi mi aspettava alzata di notte e quando rientravo mi assillava con l’interrogatorio, difficile per lei accettare che una giovane donna di 22 anni guidasse da sola e rientrasse alle 2.00 del mattino tutte le sere.

Per me era pedante e noiosa, non capivo che la sua era preoccupazione benevola e reale interessamento , ma due generazioni di mezzo avevano reso il mare che ci separava immenso. E comunque erano più che cose belle del fastidio, che quando nel’ 93 si è addormentata, mi è sembrato di colpo di non essere più giovane, capite cosa intendo? Un punto dal quale per un po’ non ci si volta indietro e si va solo avanti. Oggi per i nonni le cose sono assai diverse. Non è perché io sono cresciuta, è che i rapporti sociali tra gli adulti anziché migliorare sono peggiorati. La famiglia come nucleo non esiste quasi più, di certo possiamo affermare  che i nonni non sono più necessari. Le favole sono diventate obsolete, Cenerentola oggi non è più credibile, Biancaneve che mangia la mela e che viene svegliata dal torpore dal bacio del suo principe, oggi sarebbe disoccupata. I principi e le principesse sono oggetti d’antiquariato destinati alla soffitta. I nonni allora non hanno nulla da raccontare, tutto quello che si vuole sapere lo si prende da Internet.

Quando asserisco con molta convinzione che questo non è un paese per vecchi, dico anche implicitamente che invecchiare ai nostri tempi è cosa faticosa e morire naturalmente cosa quasi impossibile. Bisogna avere culo.

Non che io abbia fretta di invecchiare. Lo trovo come voi ingiusto, specie se ad invecchiare è solo il corpo in una mente sana e vigile che assiste impotente al decadimento. Chi di voi può permetterselo tenterà di rallentare  questo processo con l’ausilio di denaro e scienza applicata, e allora il vostro aspetto di ottantenni sarà quello di un pesce palla con guanciotte dure come gommoni e occhi tirati con la colla e la sutura, aperti e fissi in quello sguardo innaturale e vitreo. Jane Fonda asserisce che ne è contenta, potrebbe mai, oramai, affermare il contrario? Non è mica come il gommone che finita la stagione al mare lo sgonfi e lo riponi. Qua dopo poco tempo il silicone, soprattutto questo di nuovissima generazione, diventa un tutt’uno e si assorbe, insomma, come si assorbe…va in circolo, diventa parte di noi, ma nelle guance lo devi rimettere altrimenti sembri una prugna rinsecchita e i tuoi amici non ti riconoscono più. Non approfondisco cosa voglia dire “andare in circolo”, ognuno può trarre le proprie conclusioni, a me, per esempio pensando a questa sostanza sintetica che passeggia indisturbata tra i nostri tessuti, i pochi peli che ho mi si sono rizzati tutti. Mi sono presa paura.

All’aspetto fisico senza silicone in aggiunta e senza il bisturi, non possiamo rimediare, siamo destinati tutti dai cinquanta in su ad avvizzire. Le nostre cellule al segnare della mezzanotte, più o meno verso i cinquanta, smettono di rigenerarsi e iniziano ad invecchiare. Rassegnatevi non c’è nulla da fare, per ora siamo risparmiati dalla noia di una vita eterna. Dicevo dei nonni, che quando arrivano ad una certa età diventano vecchi fuori, e inutili da dentro. La famiglia non sociale non ha per loro spazio. Chi di loro non aiuta portando a casa la pensione e quindi garantendosi vitto e alloggio fino alla morte in cambio, viene parcheggiato altrove in attesa della fine. Di questo “altrove” vi parlo nell’ultima parte nel mio post di oggi, anche se in realtà è il cuore del mio pensiero da un po’ di tempo a questa parte. Le strutture e i ricoveri per anziani sono posti desolati e devastanti. Chiunque vi entri sulla proprie gambe, non ne esce se non nella cassa da morto. Per la società occidentale gestire la vecchiaia non è cosa produttiva. Nel senso che i vecchi non producono, ma la loro assistenza è diventato un business molto remunerativo. Migliaia di posti di lavoro e rette di pensionamento altissime, un mercato in crescita esponenziale. In queste strutture i vecchi vengono mantenuti in vita e vanno a rallentatore verso la morte, ne ho visti alcuni che si capisce, non vorrebbero svegliarsi più. Le giornate sono infinite, scandite dal ritmo dei pasti, cibo inodore e insapore, e dall’arrivo dei parenti, in genere una volta alla settimana. Mi domando cosa pensano, tra qualche anno lo saprò anch’io, ma per adesso mi assale lo sgomento, perché non riesco a capire come sia diventato difficile per noi affrontare la vecchiaia e prepararsi alla morte. Insomma il posto dei nonni è in famiglia, mica altrove. In altre culture, la vecchiaia, come ogni altra stagione della vita, viene celebrata ed accolta con gioia. In Giappone per esempio, i vecchi senza famiglia vengono “adottati” e reinseriti in un nucleo famigliare, non è pensabile per un Giapponese ignorare il ruolo dei vecchi nella società. Vi si inginocchia davanti con devozione e rispetto e nell’intimo li si accudisce e li si protegge fino alla fine. In cosa ci siamo distratti noi altri? Mi sembra che qua, in Occidente, abbiamo perso di vista un punto fondamentale: quello che tanto ci spaventa oggi nei vecchi, è quello che inesorabilmente attende anche noi. E invece di imparare o piuttosto di fare pratica, esercitandoci nell’empatia e nella compassione, pensando che un giorno toccherà pure a noi, preferiamo ignorare il problema, far finta che non ci riguardi. Abbiamo la presunzione che per noi sarà diverso. Io per esempio che non ho figli, guardo con molta preoccupazione ai miei ottant’anni. Magari arrivarci sì, e magari arrivarci senza troppi acciacchi. Di sicuro so che avrò il viso rinsecchito come una prugna e la pappagogia che aveva anche mia nonna. Il bisturi finché sono sana di mente e per fortuna povera, sta a casa sua. Ma se penso che il mio destino si consumerà in uno di quegli altrove, dove la mia agonia sarà prolungata di giorno in giorno, allungata col contagocce, allora no, non ci sto. Gli indiani Americani di una volta, hanno qualcosa da insegnare in merito. Si tratta di un comportamento sociale di elevata spiritualità. Comportamento presente anche in alcune specie di mammiferi. Un vecchio che sente la sua fine avvicinarsi si allontana dalla tribù e va a morire in un luogo isolato. La morte è cosa personale e soggettiva, mica c’è bisogna di interpreti. Se uno è abituato da sempre a riconoscere i segnali del suo corpo, a dargli un volto e chiamarli per nome, la cosa diventa più semplice perché si hanno gli strumenti necessari per affrontarla. Un tempo i vecchi indiani si sedevano e piano piano morivano. Nelle società matriarcali delle Orche, la femmina più anziana ha il privilegio di andare a morire sul fondo del mare, semplicemente anche lei smette di respirare. Anche in questo, noi Occidentali ci siamo distratti e allora la morte ci spaventa così tanto, proprio perché tra noi e lei ci sono oggi troppe cose, troppo tempo e troppi pensieri. Tornando a me, alla gente a cui voglio bene, dico che se posso scegliere, oggi scelgo che la mia vita sia conclusa a modo mio. Non mi ci vedo in una di queste strutture, non mi ci vedo aspettare con rassegnazione il buio eterno. Oppure in un letto di ospedale attaccata a delle macchine che decidono per me. Magari invece un infarto, un coccolone un colpo secco, paff e non senti niente. Che chiedo troppo?  Mio babbo quando verrà il momento starà a casa con me, mica c’è da avere paura, parlo di cose naturali che è nella mia natura programmare per tempo. Io invece mi vedo molto bene, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, decidere quando e come morire. Sarò sola? Sicuramente senza figli, cani o altre pendenze, potrò pensare a come affrontare il lungo viaggio come voglio io? Oggi questo privilegio si paga e anche parecchio, ma solo in alcuni paesi è possibile; magari tra qualche anno, parlare di questo sarà come parlare oggi di chirurgia estetica, nel pieno esercizio del libero arbitrio. Insomma non credo di essere capace da sola di staccare la spina, ma credo che ragionevolmente e razionalmente ad un certo punto saprò con certezza che è arrivato il mio momento. Non mi spaventa l’idea di morire. Mi spaventa l’idea di non poterci arrivare senza soffrire troppo. Chiudere gli occhi come un vecchio indiano americano o smettere di respirare come un’Orca sul fondale del mio oceano. Semplicemente morire.

Qualora ve lo stiate chiedendo, voglio essere cremata e le ceneri disperse in mare, anzi se possibile nell’oceano delle mie care Orche, piuttosto che una bara sottoterra a marcire, l’acqua del mare mi sembra una più che auspicabile e meritata alternativa! Al prossimo mercoledì, se vorrete.