Elogio del Bello - Nottheusualdressing
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Elogio del Bello

 

Elogio del Bello che mi appresto a fare a pochi giorni dalla chiusura dell’ennesima esperienza in Fiera. Quest’ultima mi vedeva a Modena per 7-8 Novecento, rassegna Antiquaria che esiste da vent’anni e che come in altri ambienti ha risentito pesantemente della crisi. Ma per me che il Bello me lo porto dentro, più di tanto non cambia, se non l’immensa fatica del ricaricare la merce e la delusione o meglio la conferma, che certe cose, tra le mie tante, bisogna lasciarle a casa. Elogio del Bello, scrivo, perché nel mio lavoro, trovo riscontro alla mia passione ogni giorno, quando il Vintage in tutte le sue sfaccettature mi fa compagnia, arricchendo la mia vita di dettagli preziosi, come un puzzle mai finito, poiché come nelle Arti più nobili, anche in questa, non si finisce mai d’imparare. Ebbene, ve la racconto questa fiera dal mio personalissimo punto di vista, cioè dall’Area Vintage, da me organizzata, dove ho avuto il piacere e anche l’onore di ritrovarmi con colleghi ai quali devo eterno rispetto. Il Vintage, per me, e lo dico sempre, è un modo di vivere: portando il passato nel presente, ciò che è già stato vissuto acquista un valore aggiunto, un’energia particolare, in Inglese si direbbe “glow, un’aurea del tutto distinta:  i colori ad esempio, quelli del passato, avendo un’alta percentuale di componente naturale, arrivano nelle ns mani un poco sbiaditi, impastati, ma anche qui, uso una terminologia straniera e li definisco “fané”, dal francese, che vuol dire appassiti, come se gli anni avessero depositato su giacche abiti un sottile strato di polvere indelebile. Questi colori sono oggi difficilmente riproducibili, le materie prime sono cambiate, ora è quasi tutto artificiale e la patina del tempo non si traduce con nulla… questi colori mi fanno sempre sognare, come mi fa sognare una foto in bianco e nero, che lascia spazio anche all’immaginazione, ognuno di noi può continuare la storia a modo suo… La Fiera, dicevo, che altrimenti tergiverso troppo, era satura di cose belle e per molti impossibili, ma l’Area Vintage variegata e colorata dava l’impressione, arrivando in fondo al padiglione, di un parco giochi rispetto alla monocromia degli allestimenti antiquari. Le nostre case non sono più quelle di una volta, dove lo mettiamo il secrétaire del Settecento, o il cassettone fine Otto? Dove collochiamo il tavolone rustico di olmo se non abitiamo in un castello? E dove appendiamo le tende alte tre metri se abbiamo tutti dei soffitti bassi?  Le case di oggi sono poco abitate, spoglie di noi e dei nostri ricordi, arredate al metro, con poca dedizione e veramente poca personalità…ripieghiamo allora sul Vintage che almeno qua ci possiamo sbizzarrire, senza occupare spazi enormi, se non quelli dei ns armadi.

Consuelo la stimo incondizionatamente da sempre, dal nostro primo incontro credo verso la fine degli anni ’90 a Belgioioso, durante la Fiera del Vintage. Dalla mamma venuta da poco a mancare, ha imparato tutto quello che sa e vi assicuro che non è poco. La mamma lavorava a Milano da Biki, e serviva tutte le signore della Milano Bene, gli anni dell’opulenza e dell’eleganza assoluta sono tutti passati da lì. Consuelo però per mantenere la baracca fa un lavoro serio, ha una scuola di danza, perché di passione e di amore si vive appena: il Vintage rimane per lei come per me un incanto, ma all’atto pratico i conti devono quadrare. I suoi allestimenti sono come lei, incasinati, sul filo della memoria, il passato sempre protagonista: cassetti pieni di bottoni, e bigiotteria, e pezzi di storia da re assemblare. Alle pareti, vicini, Pucci che tende la mano ad un négligé di fine ottocento, i tavoli coperti da copriletto in seta di San Leucio, ma come, le chiedo, li usi per coprire i banchi? Ne ho degli scaffali pieni, risponde, ma temo che il motivo sia un altro, e cioè che dal casino del Vintage difficilmente si riesce a scappare. E ancora pizzi, bordi e passamanerie, tovaglie e ricami, lini e bissi ancora quelli stirati dalla mamma, mi spiega di come toglieva le macchie da tutto, anche quelle più tenaci, aver imparato, dice, qualche suo segreto, ma ero troppo presa  dalla mia giovinezza sfrontata. Sono vent’anni che la conosco e la vedo sempre vestita uguale, come un’insegnante di danza, pantacollant aderente, cardigan e lupetto, ballerine ai piedi, lunghi capelli biondi, ora un po’ più cenere, tenuti indietro da un cerchietto. Mi sembra che come il suo Vintage, non invecchi mai. “L’isola del Tempo Perduto”, mica un nome a caso.

Da “Moda di Celluloide” ammiro da vicino l’arte orientale del Kimono e dell’Haori. Roberto e Maria Cristina sono di Ferrara e hanno la passione per il Giappone ancor prima di quando questo è diventato di moda, cioè da quasi trent’anni. Roberto però fa l’insegnante e mantiene due figli, i Kimono vanno raccontati per bene e non sono una vendita facile, né scontata. Bisogna innamorarsene, farli entrare dentro, guardare le fodere, le cuciture a mano, oggi come secoli fa, un’arte, e i ricami che raccontano storie e celebrano momenti importanti di vita. Oggi va tanto di moda usare un kimono come giacca, ma Roberto ci tiene con ogni cliente, a raccontare la storia del capo, il passato anche qua è un valore aggiunto… e comunque per me che sostengo che per essere eleganti non serve molto, evviva in questo caso il motto “Less is More” se il Less è uno di questi Kimono. Il pregio dell’unicità e dell’eleganza in un colpo solo.

Poi vi racconto anche di Mariella, mia vecchia compagna di merende in quel di Francia, noi infatti siamo stati i primi italiani a portare il Vintage oltre confine: nel lontano 2006 a Lione in aprile, sotto le tettoie del mercato ortofrutticolo, faceva un freddo porco e nevicava a vento, ma i francesi correvano sui ns stand e si litigavano la merce. Nessuno di noi ha avuto durante quella giornata di mercato, il tempo di andare alla toilette, talmente tanta la gente e talmente tanto l’entusiasmo…Bei tempi davvero, a guardare ora i corridoi della fieri vuoti e il pubblico poco interessato, rimpiango senza vergogna quell’atmosfera incantata. Il Vintage ancora non era così imbastardito, ma la novità assoluta. Mariella viene da Asti e con la sua socia Patrizia gestisce uno dei più importanti archivi tessili in Italia, gli “Archivi Venturino”. Là c’è tutta, ma proprio tutta la Storia del Costume, a partire dalla materie prime, poiché ancora prima di parlare di abiti, si parla del tessuto. Mariella tiene tutto da sempre, uno scampolo, un ritaglio, un bottone, non si sa mai nella vita, tutto può tornare utile un giorno. In fiera ci viene perché stare a contatto con la gente tutto sommato le piace, anche se a volte accontentare il cliente diventa una Mission Impossible, come dice lei: tra centinaia di foulard di seta, impeccabili, senza un’ombra, stirati e impilati ordinatamente, c’è sempre chi cerca qualcosa di diverso!!!!! In fiera ci viene perché ogni tanto bisogna vendere in quantità e gli Archivi sono ormai stipati: gli stilisti e i designer, anche dal loro fronte, cercano sempre la novità e allora bisogna comprare di continuo, cercare nelle Aste, nei mercati e nelle case, senza sosta…gli stilisti poi, anche loro, non sono più quelli di una volta, adesso vogliono la pappa pronta, perché sono a corto di idee. Si sa, le idee se non si ha cultura, se non si studia, se non si conosce, mica piovono dal cielo. Allora spesso il lavoro glielo facciamo noi, tirando fuori dai ns archivi la “chicca” che gli risolve, a loro, la collezione. Mi racconta Mariella di come una nota maison francese abbia acquistato da loro un arazzo enorme grandezza palazzo, e abbia riprodotto la scena campestre sul tessuto di un robe manteau che ha chiuso la sfilata di Alta Moda lo scorso gennaio…Dopo di che è partita la Moda degli arazzi stampati sui tessuti, ma gli stilisti vogliono la stampa già pronta, non hanno tempo, né denaro per cercare gli arazzi in giro per il mondo. Vedi, mi dice Mariella, che senso ha fare ricerca adesso? Che senso ha la ricerca del Bello, quando a nessuno importa più? Noi le emozioni ce le teniamo ormai dentro e il nostro entusiasmo scema non appena allestito lo stand perché siamo confrontati con il piattume più totale. Dieci anni fa sedute un po’ alticce nei corridoi dell’Hotel Etap a Marsiglia, dopo un mercato trionfale, io Mariella e le altre abbiamo riso di cuore pensando che in fondo quella vita da zingari ci piaceva assai, eravamo come dei pionieri in terra straniera, abbiamo portato la cultura del Vintage, il ns gusto italiano, le nostre belle introvabili, uniche cose anche in Francia.

Fa un po’ Amarcord, lo ammetto, in fondo sono ricordi stupendi che il tempo non cancella, forse ha solo gettato un’ombra sui ns sorrisi, un velo di malinconia e di saudade nel nostro sguardo che a volte, lo so, fa fatica ad arrivare lontano.

Io c’ero in fiera, e ho appeso alle pareti del mio stand abiti degli anni 60, un abito degli anni ’20, un kaftano etnico in seta, ho esposto cappotti, giacche, borse, cappelli, guanti, gonne, abiti, bigiotteria, uno stand enorme e variegato. Ho voluto raccontare a qualcuno di curioso, la storia di un abito interamente costruito con perloni di plastica viola, annodati insieme con una fettuccia…un effetto a rete, 15 kg di abito scultura, interamente realizzato a mano. L’ho messo sul manichino ed ha fatto la sua figura, ma è rimasto invenduto. Questo per dire che nel Vintage spesso raccontiamo i nostri sogni, e parliamo della nostra intima ricerca. Cerchiamo quello che ci piace (e non quello che sappiamo si può vendere subito), quello che culturalmente ci appartiene e ci distingue gli uni dagli altri; visitando i nostri stand, si evince chiaramente la nostra personalità, anziché raccontarci in un libro, lasciamo che il Vintage parli per noi. Alla fine dei giochi, e da sempre, la gente acquista però ciò che conosce già. Il nuovo spaventa. E allora le nostre belle cose ritornano per lo più a casa con noi, ad abitare i ns scaffali e a riempire i ns magazzini.  Io per esempio, mi sono ben guardata da elogiare un bauletto anni ’80 di Gucci con stampa monogramma in blu navy, ci credete che è la prima cosa che ho venduto sabato mattina? Ci credete che se lo sono litigato in due? Altroché racconti di storia del Costume, pizzi e balocchi della nonna, altroché colori fané, averne avuti dieci di quelli, sai quanta fatica in meno? Sai che soddisfazione, neanche a parlare di niente, incassare a basta.

Però come dicevo prima, senza emozione io non carburo. E trovo veramente poca emozione in una transazione di questo tipo. Bisogna che, come me, la persona si innamori dell’oggetto, e quando ciò accade sono felice di venderglielo, ma un po’ mi dispiace anche. Col bauletto firmatissimo ho un rapporto conflittuale, poiché non nego la vendita estremamente veloce e scontata, ma se ragionassi così non sarei Vintage, sarei adesso altrove, non a scrivere questo post. Spero che quel piattume che tanto temo non mi raggiunga mai, e spero che la mia curiosità mi guidi sempre, zingara vintage, verso orizzonti lontani. Mica chiedo troppo, no?